Come la pioggia

Sulle montagne artiche. “Il pastore d’Islanda” di G. Gunnarsson

Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, Iperborea, Milano, 2016 (prima edizione) Recensione di Chiara Rantini Il pastore d’Islanda è un racconto lungo in cui si narrano le vicende di Benedikt, un uomo di 54 anni che, ormai da 27 anni, all’inizio di ogni inverno, nel periodo dell’Avvento, lascia la costa islandese dove abita per addentrarsi sugli […]

Boris Borisovič Ryžij. L’ultimo poeta sovietico e il primo di nuova generazione

di Chiara Rantini Quest’anno ricorre il ventennale della morte del poeta russo Boris Borisovič Ryžij. Molto conosciuto in patria, in Europa e soprattutto in Italia, è noto solo agli addetti ai lavori e a chi s’interessa di letteratura russa contemporanea. Poeta di un’epoca di transizione, resta ai margini proprio perché difficilmente inquadrabile in un movimento […]

“Qualcuno si ricorderà di noi”, un testo teatrale di Alessia Pizzi

Alessia Pizzi, Qualcuno si ricorderà di noi, testo teatrale, Fusibilia Libri, 2020 Ispirandosi all’antichità greca, Alessia Pizzi ci conduce in una pièce di un solo atto a colloquio con tre poetesse di età ellenistica: Erinna, Anite e Nosside. Vittime di un ingiustificato oblio, l’autrice compie la lodevole operazione di portare all’attenzione dei lettori la loro […]

Stefano Fortelli e la dark-poetry

INTERVISTA a cura di Chiara Rantini Chi è Stefano Fortelli? Quando ha avuto inizio la passione per la scrittura e perché? Ammesso che Stefano Fortelli esista, oggi è in larga parte la personalità che si evince dai suoi scritti. Ho cominciato a scrivere circa sette anni fa, ma non mi sento appassionato di scrittura più […]

COCCI DI BOTTIGLIA, silloge di Benedetto Ghielmi

Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia, 2000diciassette ed., 2020 Cocci di bottiglia è la prima raccolta poetica di Benedetto Ghielmi, autore molto attivo nel panorama degli scrittori emergenti. Già dal titolo, si ha la sensazione di entrare in un mondo frantumato dove però, l’intenzione del poeta è quella di ricomporre ciò che è andato in pezzi. […]

SGUARDI POETICI. Brevi riflessioni sul senso della poesia ispirate da un testo o da una voce letteraria

Recentemente ho avuto la fortuna di leggere le poesie di Jon Kalman Stefansson raccolte nel volume La prima volta che il dolore mi salvò la vita, Iperborea, 2021.

Nella prima parte del libro, Stefansson traccia alcune note autobiografiche nelle quali esprime con frasi secche e lapidarie quale sia il significato della poesia e quale sia il rapporto che essa intrattiene col singolo e con la collettività. Poche frasi che hanno ispirato alcune mie riflessioni, perché, con i poeti e le poesie, bisogna essere in costante dialogo.

SEI MODI DI DEFINIRE LA POESIA

“La poesia è la capacità di guardare oltre. La poesia ha la capacità di smascherare le opinioni e i luoghi comuni del suo tempo.”

La poesia anticipa i tempi stando fuori dai tempi. Sa essere moderna e insensibile ai cambiamenti, progressista e conservatrice allo stesso modo. Le sue parole sono parole di verità e quindi non possono essere gradite ai potenti. Non sanno adeguarsi ai costumi dell’epoca, buoni o cattivi che siano. La poesia è come un figlio illegittimo: non è di nessuno ed è di tutti.

“La poesia costringe a dubitare.”

La poesia apre prospettive diverse sulla realtà e conseguentemente costringe a rivedere le proprie convinzioni.

“La poesia è un gatto che non si lascia mai addomesticare del tutto.”

La poesia non è governabile come la prosa. Non scende a compromessi, non si fa comprare con premi e lusinghe. Sfugge talvolta alle stesse mani dell’artefice, tanto è indipendente. Come un gatto.

“La poesia è figlia del suo tempo ma non è legata al suo tempo.”

La poesia ha in sé la qualità dell’universale e dell’eterno. Si esprime in un certo determinato periodo adattandone magari la lingua ma dal punto di vista dei contenuti non appartiene obbligatoriamente a quello specifico contesto storico e culturale.

“La poesia ci mostra un mondo oltre il mondo.”

Dove c’è poesia esiste la possibilità di una diversità, di una divergenza, di uno sguardo diverso sul mondo tanto da aprire scenari anche su altri mondi, ovvero su realtà non visibili dalla nostra dimensione quotidiana.

“La poesia è un’espressione personale; ogni poesia è parte del sé e l’io è parte di essa.”

Non c’è distinzione tra l’io profondo del poeta e ciò che lo stesso scrive. La poesia è materia organica, un prodotto del corpo e dell’anima. Esce da sé per essere donata ma chi la accoglie lo deve fare come se fosse al cospetto di qualcosa di fragile e prezioso, in realtà, perché accoglie dei frammenti dell’anima del poeta: materiale da maneggiare con cura.

Chiara Rantini

NUOVA PUBBLICAZIONE: “IL BLU E IL ROSSO”, poesia

A maggio 2021 è stata pubblicata da L’Erudita ed. una nuova raccolta di poesie scritta a quattro mani: IL BLU E IL ROSSO di Chiara Rantini e Barbara Gabriella Renzi, con la prefazione di Alessia Pizzi e la postfazione di Massimo De Micco.

Blu e rosso. Malinconia e felicità. Essere umano e natura. Questo libro di poesie procede per dicotomie, a partire dal suo stesso titolo e dalla dualità nella scrittura. Due autrici che ci parlano, attraverso voci diverse, di sentimenti e stati d’animo come la felicità, la tristezza, l’amore e la speranza, passando attraverso il mondo naturale che diventa al tempo stesso metafora e specchio dell’umano. Anche lo stile è duplice, riflesso della dualità nella scrittura: attraverso un alternarsi di sintesi e dettagli, di stile più asciutto e stile più lirico, le autrici ci narrano della vita, sentita come un viaggio. E la poesia accompagna tale percorso, confortandolo e facendoci riflettere sui grandi temi della nostra esistenza.

 

Dall’Introduzione di Chiara Rantini

In questa raccolta di poesie, scritta a quattro mani, ho voluto che la parola poetica si tingesse di due colori molto importanti nella storia della poesia e nell’animo umano.

Nel “blu” vibrano le emozioni legate alla lontananza, alle altezze irraggiungibili del cielo, a tutto ciò che è stato perso, al passato e alla nostalgia di qualcosa che noi stessi non conosciamo. Nel “rosso” invece predomina la sensazione del calore, di una vicinanza anche solo desiderata, un’esplosione di sentimenti che talvolta è incontrollata, quasi improvvisa.

Immaginate di leggere queste poesie come se fossero quadri astratti pieni di luce e di colore o come se fossero musica, e richiamate tutti i sensi a partecipare in una sintesi di profonda unità.

Dall’Introduzione di Barbara Gabriella Renzi

Le emozioni sono colori. A volte ci prendono alla sprovvista, ci assalgono partendo dallo stomaco e andando come corrente fino alla testa. Mi sento corrente in questo caso perché le emozioni, proprio quelle, le intrappolo fra le parole e poi le dono. Tra le righe di una poesia i colori ci scuotono e si fanno guardare. Li assaporiamo con gli occhi e con l’anima, il loro suono ci penetra nelle vene, la loro voce ci accarezza o elettrizza i pensieri. Il blu è cristallino e il rosso è potente come la voce di un tuono. In questo modo le emozioni non sono altro da noi, non ci travolgono come una marea se non vogliamo, sono mie e vostre e sono la marea che accarezza la nostra pelle e ci infonde energia.

Dalla Prefazione di Alessia Pizzi

Interessante come le due voci poetiche si intreccino nella loro diversità. Barbara Gabriella è più sintetica, mentre Chiara indugia nel dettaglio: eppure entrambe sono sulla barca che naviga lo stesso mare blu.

Dalla Postfazione di Massimo De Micco

Un violino e un piano.

Un concerto diviso in due momenti, Blu e Rosso.

Il piano che introduce la voce del violino è suonato quasi come uno strumento a percussione.

Quando il piano è protagonista, la sala si riempie di echi. Anche qui, poche note, reiterate e asciutte.

Qualche volta il piano abbandona l’armonia a cui gli ascoltatori sono abituati e sperimenta linguaggi diversi: dodecafonia, minimalismo, rumori…

 

Estratti lirici

 

INGANNO AUTUNNALE

di Chiara Rantini

 

Autunno dove sei?

Nascosto tra i colori

mi inganni ancora?

Solo abiti a festa

dalle mie finestre

attesa schermata

dal vetro dell’irrealtà

mi sorprenderai

arrivando improvviso

violento sulle foglie

sollevate in turbini

come uccelli migratori

verserò una lacrima

senza sapere dove cadrà

erranti io e te nel cielo

come stelle evanescenti

di lontani universi perduti

IN UN TEMPO

di Barbara Gabriella Renzi

 

Un tempo solitario

Un pensiero pungente

Di un tempo muto

Di un tempo sbieco

Una voce cara

Un suono vivo

Un sogno

Di un tempo chiuso

Di un tempo infranto

Di un tempo murato.

Una voce solitaria

Per un tempo vero

Per un tempo vivo

Per un uomo

Per un tempo unito

Per un tempo chiaro

Per un uomo.

Per te. Per noi.

 

Il libro è ordinabile in tutte le librerie e negli store on line:

https://www.lerudita.it/shop/il-blu-e-il-rosso/

https://www.ibs.it/blu-rosso-libro-barbara-gabriella-renzi-chiara-rantini/e/9788867706693

 

Boris Borisovič Ryžij. L’ultimo poeta sovietico e il primo di una nuova generazione

di Chiara Rantini

 

Premessa

Quest’anno ricorre il ventennale della morte del poeta russo Boris Borisovič Ryžij.

Molto conosciuto in patria, in Europa e soprattutto in Italia, è noto solo agli addetti ai lavori e a chi s’interessa di letteratura russa contemporanea.

Poeta di un’epoca di transizione, resta ai margini proprio perché difficilmente inquadrabile in un movimento o in una corrente letteraria.

Tradizione e rottura sono le caratteristiche principali della sua poetica ma sarebbe un errore analizzare i suoi testi senza aver preventivamente indagato la sua vicenda esistenziale: il poeta e l’uomo infatti sono elementi inscindibili. Perciò prima di una dettagliata biografia, lasciamo spazio a delle testimonianze di amici poeti (Oleg Dozmorov e Elena Tinovskaja) e critici letterari (Alexej Purin).

 

Lamponi e pini, qualche sorbo selvatico

steccati, lapidi, croci e stelle,

poche tuttavia – trovo pochi quadri più tristi

se mi guardo alle spalle.

Ho seppellito qui l’amico. Sono stato più forte di me.

Ma che ci potevo fare?

Che potevo fare?

Se bevessi, sicuramente passerei il limite.

Ma invece non bevo. E un’ondata di vergogna

mi attraversa il corpo. Vergogna di non aver salvato,

protetto, di non aver saputo

dire quello che avrei dovuto dire,

non mi mostravo

gentile, macché,

ero pallido come il gesso,

quando tu sorridevi trionfante e cattivo.”

Oleg Dozmorov

 

Quando incontrai Boris all’università, portava un cappotto largo, nero, e un berretto in testa. Era abile nel raccontare bugie, come spesso lo sono i ragazzi. Raccontava in giro di essersi procurato dai mafiosi quel cappotto, taglia 60, e invece lo aveva comprato in un negozio, scegliendo una taglia di molto superiore alla sua. Boris piaceva a tutti, conquistava tutti, era abile e estremo. Viveva tenendo sempre all’erta la membrana acustica e il cuore che gli dettavano i versi. Soffriva d’insonnia fin da quando, bambino, in una dacia di campagna a quattro-cinque anni si era ferito col vetro di un barattolo rotto che gli aveva segnato il viso con una lunga cicatrice verticale sulla guancia sinistra. Da allora aveva cominciato a combattere contro questo trauma, tentando di trasformare più tardi questo segno in un vezzo suo particolare (…) Boris organizzava periodicamente letture con recitazioni di versi propri e altrui che duravano diversi giorni di seguito. Ospitava gli amici a dormire a casa sua. Una volta si svegliò di notte e si rese conto che stava dormendo nel letto lasciandomi per terra. Allora mi disse, da gentiluomo, che era lui a dover dormire in terra e mi cedette il posto. Leggeva furiosamente, da solo e con gli amici.”

Elena Tinovskaja

 

Aveva un’idea ben precisa di cosa dovesse essere un poeta: per lui, un poeta è una persona che, con l’aiuto di “parole mortali” sgrezza le melodie banali della vita quotidiana e le innalza verso il cielo.

Gli europei non comprenderanno: paradossalmente Boris R. amava il mondo miserabile e terribile in cui viveva…,

Di lui è stato detto che fu “l’ultimo poeta sovietico” e “il primo poeta di una generazione”.”

Alexej Purin

 

Biografia

Boris B. Ryžij nasce l’8 settembre 1974 a Čeljabinsk nella Siberia occidentale a non molta distanza dal confine col Kazakistan. Sullo stemma di Čeljabinsk c’è un cammello carico d’oro, un ricordo della Grande Via della Seta che passava di là; “Chelyaba” è un termine che proviene dalla lingua uralo-altaica e nella traduzione significa “principe”. Non siamo più in Europa ma ai margini dell’Asia.

La madre è un medico, il padre un importante geofisico. Boris è l’ultimo nato, da genitori non più giovanissimi e ha due sorelle molto più grandi di lui nate rispettivamente nel 1961 e nel 1962.

La famiglia vive in un bilocale che consiste in una camera-studio con la scrivania di lavoro del padre rivolta verso la finestra e il letto dei genitori, poi c’è un soggiorno dove dormono i tre figli con la nonna materna e una domestica. In più c’è una piccola cucina dove è solo possibile preparare i pasti. La filosofia di vita seguita dalla famiglia è molto semplice: secondo questa filosofia tutte le persone sono buone. In tutta la casa si respira un’atmosfera positiva.

Il padre nonostante sia uno scienziato ama profondamente la poesia; non compone, ma conosce a memoria innumerevoli versi, e in seguito conoscerà anche tutte le poesie del figlio.

Il nonno paterno era un importante membro politico del Partito e proveniva dall’Ucraina mentre la nonna aveva lontane discendenze ebraiche ed estoni. Questo passato mitico della famiglia per Boris ha una grandissima importanza e lascia traccia nel sua visione della vita.

Il primo ricordo traumatico che lo segnerà per sempre è una caduta a 4-5 anni: un frammento di un barattolo scivolato dalla sua mano lo ferisce lasciando un segno di una cicatrice netta sull’intera guancia sinistra. Da questo episodio traumatico, Boris comincia a soffrire di insonnia, un male che probabilmente eredita dal padre. Ma non sarà l’unica caduta per un bambino che si rivela inquieto e allo stesso tempo riflessivo. All’età di undici anni, provando un paracadute fatto in casa con un salto da un pioppo del giardino si rompe una spalla e sei mesi dopo si procura una frattura al polso durante l’allenamento di judo.

Per motivi di lavoro del padre, la famiglia Ryžij si trasferisce a Sverdlovsk, oggi Ekaterinburg, quando Boris ha solo 6 anni. Il padre diventa professore ordinario e direttore dei laboratori di Geofisica all’Accademia di mineralogia e delle scienze russe.

Boris cresce circondato dalle attenzioni degli adulti. Il padre è uno un uomo severo ma molto affezionato all’unico figlio maschio: da lui, Boris eredita l’amore per la cultura e l’irrequietezza che svela una discendenza cosacca.

Le lunghe sere d’inverno trascorrono lente quando gli adulti di casa (soprattutto il padre e la sorella più piccola, Olja) si alternano nel leggere al piccolo Boris non solo le favole ma brani di prosa e sopratutto poesie del ricco patrimonio letterario russo. Boris apprende velocemente e ricorda a memoria i versi dei maggiori poeti classici della letteratura russa.

Nel bambino comincia a rendere forma un’immagine poetica del mondo, fatta di poesia russa, alti ideali, grandi speranze.

Boris compie i primi esercizi in rima all’età di otto anni sotto la guida di sua sorella Olja.

Per un errore di assegnazione, alla famiglia Ryžij viene dato in affitto un appartamento a

Vtorčermet, un quartiere proletario alla periferia sud-occidentale della città, in via Titova.

Vtorčermet è l’acronimo di una sigla che sta per “riciclaggio dei metalli neri pesanti”.

La casa è un classico blocco a più piani nello stile del realismo sovietico, abitazioni costruite in fretta negli anni del governo di Chruščëv per una popolazione in costante crescita.

Ekaterinburg è la quarta città per numero di abitanti della Russia dopo Mosca, San Pietroburgo, Novosibirsk.

Nel 1981 Boris frequenta la prima elementare. Comincia a scrivere poesie molto presto imitando i poeti russi che conosce a memoria. Oltre alla poesia le sue passioni sono il modellismo, scrivere racconti gialli con gli amici, il judo e quando sarà adolescente la boxe oltre alla musica (altro elemento fondamentale per la sua poetica), in particolare si appassiona verso gruppi rock della scena locale come i Nautilus Pompilius, gli Skorpions senza però disdegnare la musica classica.

Alle scuole superiori, è un leader carismatico che organizza feste e anima serate in discoteca. Anche nella boxe è un campione nella categoria juniores dei pesi piuma.

Quando crolla l’impero sovietico, Boris ha 17 anni: di fronte a lui si apre il decennio più problematico della storia recente russa.

Gli anni ’90 sono un periodo di transizione economica, sociale, politica in cui viene demolito dall’oggi al domani un sistema consolidato da anni; al suo posto resta un vuoto che viene rapidamente colmato dalla malavita organizzata, dal consumismo sfrenato, dalla droga e da un innalzamento vertiginoso dell’abuso di alcolici.

Molti amici di Boris si perdono finendo nelle braccia della malavita oppure morti agli angoli delle strade per droga. Boris vive tutto con grande sofferenza a causa del suo carattere irrequieto che si unisce a un animo sensibile e a un’intelligenza straordinaria che lo rende profetico già in giovane età. Tutto questo per lui è allo stesso tempo dono e condanna.

Nel 1991 si iscrive all’Istituto universitario minerario degli Urali dove insegna il padre.

Il 26 dicembre 1991 l’URSS cessa di esistere: il giorno dopo a soli 17 anni Boris si sposa con Irina, compagna di scuola, di un anno più grande di lui. A 19 anni diventa padre del piccolo Artëm.

La fine dell’URSS ha un effetto devastante su Boris come possiamo leggere in molte delle sue poesie e soprattutto gli infligge un senso di smarrimento che si porterà dietro fino alla morte.

In una delle sue ultime poesie infatti scrive:

Qual è la direzione/ per fuggire il mutamento?/Uscire di scena, uscire/ di scena, di scena

E poi in un altro componimento, intitolato Testamento del 1993:

Ho letto il destino ma non ho capito niente. / Ho conosciuto solo i colpi e ci ho fatto l’abitudine / Perciò le lettere / cadono dalla mia bocca come denti. / Con un odore di sangue

Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, a Ekaterinburg, si assiste ad un’ascesa della poesia; i giovani si interessano all’arte poetica e si assiste a un flusso di serate, incontri, spettacoli, pubblicazioni collettive e individuali.

All’università , nel febbraio del 1992, Boris conosce Kuzin, poeta affermato e giovane docente all’Istituto Minerario, il quale, nel suo diario, scrive del giovane Ryžij:

Ha una visione drammatica chiaramente espressa, un pensiero fantasioso, libero possesso della forma poetica (con l’eccezione di qualche negligenza nella rima). Ma è ancora molto giovane e incontrollabile.

Iniziano per Boris le pubblicazioni di poesie su riviste locali. In seguito, conosce anche Lobantsev, un poeta vicino a Evtušenko che lo sostiene con tutti i mezzi disponibili, principalmente con vari tipi di raccomandazioni. È Lobantsev a nominarlo nei vari circoli letterari, assicurando la sua partecipazione a varie incontri nella capitale, Mosca. Partecipa così al festival di poesia studentesca (1992) e si aggiudica il secondo posto mentre l’anno seguente vince la competizione. All’incontro panrusso dei giovani poeti (Mosca, 1994), dove viene mandato dallo stesso Lobantsev, Boris trova non solo il successo, ma anche l’amicizia di altri letterati.

Lo stesso Kuzin presenta Boris a Oleg Dozmorov (il poeta di cui è trascritta la poesia in apertura di questo intervento) all’inizio di ottobre del 1996.

Nel 1992 avviene la prima pubblicazione sulla “Rossìyskaya Gazeta” di alcune sue poesie; nel 1997 sono pubblicate nella rivista letteraria “Zvezda”; nel 1999 sulla rivista letteraria “Banner”; nel 2000 il poeta è stato insignito del prestigioso Premio Antibooker.

Nel 2000, l’unica raccolta edita in vita delle poesie del poeta è pubblicata nella famosa serie di edizioni poetiche “Autograph” col titolo E così via (ed è anche l’unica traduzione italiana delle sue opere).

Nel 1997 si laurea all’università e nel 2000 consegue il diploma di specializzazione e diventa Dottore in Geofisica presso l’Accademia delle Scienze Russe degli Urali; ottiene un lavoro come ricercatore junior nel laboratorio regionale di geofisica. Pubblica interventi in riviste scientifiche.

Sempre nel 1997 conosce a Mosca i due poeti più importanti del tempo ovvero Evgenij Rejn e Evgenij Evtušenko.

Irina, la moglie, è indietro di lui di un paio d’anni nello studio, per questioni di salute e per il congedo di maternità ma segue le sue stesse orme di ricercatrice.

Irina e Boris si conoscevano dalla quarta elementare quando a un campo di pionieri, a Boris fu chiesto di occuparsi di qualcosa (faceva parte dell’educazione del tempo incaricare i bambini di piccoli compiti utili alla comunità) e Boris scelse di “annaffiare i fiori” in un luogo dove non c’erano fiori. Questo colpì molto Irina. Poi si persero di vista e si ritrovarono alle superiori. Dopo il matrimonio, inizialmente vissero con i genitori di lui ma poi ebbero un loro appartamento non lontano. Preoccupazione costante di Boris fu quella di mantenere la propria famiglia quando aveva ben compreso che con la sola poesia non era possibile vivere.

Contemporaneamente al lavoro in ambito scientifico, Boris tenta di ricavare qualche soldo anche dalla sua passione per le lettere. L’appartenenza all’organizzazione degli scrittori non forniva denaro, a parte alcune opportunità di viaggio e altri sussidi occasionali. Così scrive in una poesia del 1994:

Oh grande, potente / Aiutami a nutrire mia moglie e mio figlio.” (“Adesso è arrivato l’inverno …”)

Era necessario cercare qualcos’altro: Boris iniziò a collaborare per la rivista letteraria “Ural”, il cui redattore capo a quel tempo era Nikolai Kolyada, un uomo di teatro.

Nel 2000 stringe amicizia con lo slavista olandese Kees Verheul che gli permetterà di partecipare al 31esimo Festival di Poesia Internazionale a Rotterdam.

In tutto questo vortice di impegni, resta poco tempo per occuparsi del figlio. Tuttavia, con Artëm ebbe un rapporto simile a quello che aveva avuto il padre con lui. Gli leggeva ogni sorta di poesia e quando stette una settimana in Olanda per partecipare al suddetto festival, scrisse poesie per lui pensando a un viaggio da compiere insieme in Olanda.

Ti porterò Lego dall’Olanda, prenderemo e costruiremo un palazzo.

Puoi rendere indietro gli anni, una persona ma l’amore, quello che c’è, non finisce.

Me ne sono andato per sempre,

ma tornerò sicuramente – con te verremo sulle sponde dorate.

Oppure affitteremo un normale cottage estivo per l’estate, vedremo, in base ai nostri soldi.

Vivremo e saremo pigri fino alla neve.

Ti manderò, figlio, dall’Olanda Lego,

ne prenderai e costruirai un palazzo.

(“Ti porto i Lego dall’Olanda …”, 2000-2001)

Nonostante l’amore per il figlio fosse incondizionato, Boris nutriva un cattivo presagio come si legge da questa bellissima poesia che sembra quasi già annunciare un distacco definitivo.

Non alzarti, lo metto dentro di me

dormi, mentre le stelle d’autunno

splendono sopra il tuo capo

e ronzano i cavi elettrici umidi

gli occhi chiusi di Artëm

vedono un sogno dove io sempre sono tornato

per non andarmene mai più

e la stella autunnale splende

Il viaggio in Olanda contribuì a peggiorare la depressione e la dipendenza alcolica di Boris.

Lo stress patito fu tale che il padre dovette venire a prenderlo all’aeroporto di Mosca a causa delle sue condizioni precarie psichiche. A parte la sua lingua madre, sapeva parlare solo poche parole in un inglese scarso. Per il traduttore che lo rappresentava al festival, la poesia di Boris era chiaramente estranea. Dallo stress dovuto all’incomunicabilità che si era creata, si ubriacò in modo esagerato cadendo in uno stato depressivo profondo, tanto che la sua performance si rivelò estremamente infruttuosa. Dopo un tour nei locali notturni di Rotterdam, gli furono rubati soldi, documenti e una macchina fotografica mentre camminava per strada.

A Rotterdam Boris cominciò a scrivere un diario che è l’unica testimonianza in prosa da lui lasciata oltre ai carteggi che ebbe con altri scrittori, amici e soprattutto con la sorella Olja a cui era profondamente affezionato. Questo diario è molto importante perché è una riflessione sulla sua vita: il filo conduttore de “Il diario di Rotterdam”, la sua costante nota inquietante, è il senso di una possibile rottura familiare, cosa che già si stava realizzando a causa del suo alcolismo.

All’interno del diario ci sono dei bellissimi ricordi d’infanzia, come, per esempio, questo:

Quando ero piccolo, mia sorella mi portava al Parco della cultura e del tempo libero Majakovskij. C’era tutto: giostre, altalene di vario genere, gelati e zucchero filato, una piccola ferrovia, ippodromi e, infine, una ruota panoramica, anzi due, una più grande, l’altra più piccola. Lì si suonava musica, sempre lo stesso genere di dischi. I bambini camminavano per mano con gli adulti e sorridevano. Potevi bere l’acqua della fontana, sembrava in qualche modo particolarmente gustosa. I fiori crescevano sulle aiuole. Gli zingari vendevano dolci fatti in casa in grani d’oro brillante, anche se mi era proibito mangiare questi dolci, ma era sempre permesso di comprare palline colorate con un elastico. Quando salimmo sulla ruota panoramica, Olja, tenendomi in braccio, mi mostrava in quale direzione fosse la nostra casa. Siamo saliti sopra il lillà, sopra i pini, quasi al cielo. Circa due anni fa, ho deciso di andare in questo parco con mio figlio, temendo che fosse chiuso per mancanza di redditività o per qualche altro motivo. Le mie paure erano vane. Dopo aver superato diverse fermate col tram numero 10, siamo passati sotto l’arco dello stile dell’Impero stalinista e, catturando l’odore familiare dei lillà, ho sentito una musica familiare. La stessa giostra, gli ippodromi, le altalene, una ruota panoramica, tutto è uguale, anche una statua di un poeta, solo che non ci sono ragazze e ragazzi sorridenti, non ci sono zingari che vendono sciocchezze. Il parco era incredibilmente vuoto, anche se le biglietterie funzionavano, le attrazioni funzionavano. La prima cosa che ho fatto è stata portare mio figlio alla ruota panoramica, per arrampicarmi sulle nuvole. Poi abbiamo guidato sul circuito, camminato, e per tutto questo tempo ho avuto la sensazione che stesse per accadere qualcosa.

Siamo tornati a casa. Ho capito che Toša si aspettava qualcosa di diverso e gli ho comprato un disco. Il ragazzo ha detto: ti amo, papà. L’ho preso e l’ho portato tra le braccia. Non è successo niente, ma mi è sembrato solo che proprio ora … Quando sarò vecchio, verrò in questo parco da solo, mi siederò su una panchina umida per la pioggia primaverile, ascolterò la musica rauca antidiluviana e aspetterò. Aspetterò che l’aria cristallina esploda e il parco si riempia di bambini che ridono, uno dei quali probabilmente sarò io. E se non succede nulla, un vecchio seduto sotto un lillà in un parco ricreativo vuoto sullo sfondo di una ruota panoramica congelata – almeno è molto bello.

Purtroppo negli ultimi anni della sua vita non fu molto presente nella vita del figlio. Quando era ubriaco (molto spesso) non voleva mostrarsi ai suoi familiari e restava a dormire fuori presso amici o sulle panchine identificandosi in tutto e per tutto nel suo antieroe poetico, il barbone o il musicista di strada, come si legge nella bellissima poesia Il mare :

Nei quartieri mesti e remoti, che al mattino sono umidi e vuoti, dove i lillà e i fiori paiono buffi e pietosi, c’è un palazzo di sedici piani, e lì sotto c’è un pioppo, e un acero inutile e stanco anela al cielo vuoto; sotto il pioppo c’è una panchina. S’era addormentato lì la mattina a sognare il mare Dima Rjabokon lo scrittore.

Aveva ceduto e bevuto troppo: voleva partire da solo per andare al mare, perché è il limite del dolore. Aveva imprecato e sbraitato quella mattina, finendo a russare sulla panchina.

Ma il mare blu, l’azzurro mare, l’aveva raggiunto da solo e, mattiniero e familiare, gli aveva sorriso luminoso. E pure Dima aveva sorriso. E pur immobile, calvo, sdentato, supino davvero era corso verso il mare turchino.

Correva e vedeva qualcuno sul litorale, sulla riva d’oro del mare.

Ma sono io, io pure che non so raggiungere il mare: sull’altalena dondolavo e mi sono addormentato, dondolavo con i cespugli ai lati. Nei quartieri mesti e remoti, che al mattino sono umidi e vuoti.

e in questa poesia dove è protagonista anche la musica:

La sacca ai piedi, in un buio androne

suona il sassofono la notte intera

mentre nel parco dorme l’ubriacone

disteso sul giornale della sera.

E se non muoio, dico per davvero,

un musicante diverrò io pure,

con la camicia bianca e il fiocco nero

per la strada suonerò le notti intere,

così che dorma, ebbro fino in fondo,

l’ubriacone e sorrida al firmamento;

dormi senza curarti più del mondo,

e sia musica, musica soltanto

Si manifestano anche altri problemi di salute; per esempio, il distacco della retina dell’occhio sinistro. Non vedeva bene da quell’occhio. Boris credeva che questo fosse un lascito della boxe, perché i problemi con l’occhio iniziarono quando stava ancora boxando. E il dolore si aggravava col gelo.

Nel 2000 insieme a un gruppo di amici indice un concorso letterario. Il concorso ha come tema “L’eternità” e lo sponsor è un’impresa funebre che lavora il famoso marmo degli Urali. Un amico che fa parte della giuria muore tragicamente cadendo dalla finestra; questo episodio sconvolge molto Boris aggravando il suo stato depressivo. Dentro di sé cova il timore di aver esaurito la vena poetica proprio ora che comincia ad essere conosciuto dopo la prima pubblicazione nel 2000 della raccolta di poesie E così via e la vittoria di alcuni premi; teme di non poter rispondere alle aspettative del pubblico. A questo timore si unisce il senso di esasperazione dell’ideale romantico del poeta in cui si era in un certo senso immedesimato legato anche al destino drammatico della città di Ekaterinburg ( la città dove morirono tragicamente i Romanov) e quelle che lui definiva “le fantasie infernali del popolo degli Urali”. Forse tutti questi elementi lo condussero a meditare una via tragica.

Nove giorni prima di morire, Boris scrive all’amico Kees che abita in Olanda:

penso che non sia una questione di generazioni (tornando a Tjutčev), ma dell’atteggiamento di una persona nei confronti della poesia in generale. Per te e per me, Tjutčev (come Ovidio) è vivo, tanto quanto lo era in realtà. Per altri, è un uomo morto, ma in Russia amano i morti con uno strano amore: possono uccidere due vivi per un morto.

Boris stava male tra marzo e aprile del 2001. Un medico che lo aveva preso in cura gli aveva dato nuovi antidepressivi; aveva preso le pillole quasi fino a maggio e la crisi sembrava essere finita ma stava seduto a casa tutto il tempo, sentendo dentro di sé che qualcosa doveva accadere.

Possiamo ricostruire l’ultimo giorno di vita di Boris se facciamo conto di scrivere un diario al suo posto:

6 maggio 2001. Sono andato a passare la notte con i miei genitori, perché Irina partiva presto la mattina, non potevo svegliarla. Quella sera eravamo in quattro amici: E. Tinovskaja, A. Vernikov, il giovane D. Tetkin. Ero stanco di ciò. Vernikov è stato il primo a partire alle otto. La mamma è passata parecchie volte. Il resto degli amici è andato via dopo un’ora. Sono uscito per salutarli all’ascensore. Sono tornato a casa, dopo le dieci ho chiamato Dozmorov, ho chiacchierato per circa un’ora, ho riso. Sono tornato dai miei genitori, ho parlato a lungo con mio padre di questo e quello. In particolare, sull’acquisto di un’auto. Con mia madre ho parlato di Artëm. … Ho chiamato Irina, pensando in continuazione al premio di San Pietroburgo “Palmira del Nord”, ho chiamato Kušner, Verheil, mi hanno rassicurato dicendo: “riceverai sicuramente questo premio”. Mi sono lamentato con mia madre: non penso a nient’altro. Ho parlato con mio padre fino alle tre, finché non ho preso il fenazepam, un ansiolitico. Ho chiesto a mia madre: se puoi, siediti vicino a me. Si è seduta accanto a me nel letto.

Sembrava addormentato. La madre, verso il mattino, se ne andò. Ma tra le 4 e le 5 Boris si alzò e si impiccò sul balcone con la cintura del suo kimono. Era il 7 maggio 2001.

Come Lermontov, poeta e scrittore dell’Ottocento che Boris amava molto, perito in un duello, abbandona questa vita all’età di ventisette anni sfidando la morte fino all’ultimo momento.

Ciò che lo accomuna al poeta ottocentesco sono alcune caratteristiche come l’inaccettabilità dell’ordine sociale, la visione del male nascosto nell’ordinario e nel quotidiano, l’impotenza del suo desiderio di cambiare il mondo in meglio e di conseguenza l’abbandono a una forma di fatalismo che, anche in passato, spesso è stata una caratteristica della cultura russa.

In una serata di ricordo di Ryžij, l’amico e poeta E. Rejn disse:

La poesia è, per così dire, una spiegazione di ciò che, in sostanza, non può essere spiegato. Perché senza di essa (la poesia) non è chiaro perché e per cosa vivere; il tempo non è chiaro, sia le cose grossolane che le questioni filosofiche sono incomprensibili. La poesia di Boris Ryžij. è una speranza per una nuova resurrezione della poesia. Era un uomo istruito, un uomo dal pensiero profondo, e allo stesso tempo portava in sé tutta la tristezza, il destino, la tragedia del tempo, e la pagava.

Il 10 maggio 2001, il giorno del funerale di Boris, cadde la neve, faceva freddo e c’era molta gente.

Ryžij fu uno degli ultimi poeti di una generazione che comprendeva la poesia come un’impresa spirituale. Nelle tue poesie tutto è chiaro, concreto, oggettivo, puoi toccarlo, concreto e profondo allo stesso tempo. Nella sua poesia c’è quella precisione, quel grado di affidabilità che raramente si trova.

Il premio “Palmira del Nord” fu assegnato a Ryžij. poco tempo dopo la sua scomparsa. Andò il padre a ritirarlo. Il padre gli sopravvisse tre anni. Troppo il dolore e troppo debole il suo cuore malato.

 

La poetica : temi e approfondimenti

Nella poesia di Ryžij ci sono immagini e temi che ricorrono spesso, quasi come una musica ossessiva o meglio come un universo da comprendere su cui il poeta indaga incessantemente.

Lo scenario in cui si muove la sua poetica è quasi sempre la sua città Sverdlovsk e in particolare la periferia dove lui viveva Vtorčermet. Ryžij non descrive le strade o i monumenti, narra di alcuni ambienti come i giardini condominiali, i parchi pubblici, le panchine, i cinema, i tram, le piazze e li riempe dei suoi personaggi, il poeta, l’ubriacone, il barbone, il poliziotto, il teppista, la ragazza fidanzatina, personaggi di finzione e reali allo stesso tempo come ad esempio il padre o la madre, gli amici e la moglie. Il confine tra finzione e realtà, tra elemento favolistico e testimonianza sociale è sempre molto labile e sempre le sue liriche necessitano di un’interpretazione approfondita.

È fondamentale considerare che Boris viveva il disagio di uno sradicamento, di un’operazione pilotata dall’alto in cui la cultura era stata privata del suo contesto condannandola alla distruzione. In un certo senso, creando un suo immaginario fatto di luoghi simbolo, Ryžij. ha fatto un tentativo di ripristinare un contesto, di dare un ordine al caos creando un mondo artificiale.

Vtorčermet – Sverdlovsk

Esclusi alcuni viaggi a San Pietroburgo che amava profondamente, a Mosca e un soggiorno a Rotterdam per un prestigioso festival poetico, Boris non lascia mai la sua amata Sverdlovsk come continua a chiamarla anche dopo il 1991. Ryžij ama profondamente la sua città, in particolare ama la periferia dove vive. Scrive di essa:

La amo come uno studente povero che scappa da scuola e raccoglie mozziconi di sigaretta profumati d’autunno nel vicolo dove i meli perdono le foglie.

La amo come un bullo che ha vinto un quarto di mazzo da un vicino su una tavolo grazie a un mazzo segnato.

Amo le sue fabbriche… Amo il suo cielo sporco.

Immaginando  il quartiere di Vtorčermet negli anni ’90 possiamo vedere i cortili, i palazzi anonimi, le scuole che non avevano un nome ma solo un numero, la povertà diffusa ovunque, una gioventù abbandonata al destino di cadere preda delle dilaganti bande mafiose, un’altissima incidenza di suicidi tra i padri di famiglia a causa della perdita improvvisa del lavoro, l’alcoolismo diffuso anche tra i giovanissimi e il conseguente abbassamento della aspettativa di vita (fino a 59 anni per gli uomini alla metà degli anni ’90). Queste le conseguenze economiche e sociali ma ben più gravi erano state le conseguenze a livello psicologico. Non a caso, Boris e Irina decidono di sposarsi il giorno seguente la dissoluzione della nazione in cui erano vissuti fino a quel momento. Una sfida giovanile o il segno di un nuovo inizio? Non lo sappiamo, sappiamo però che le promesse di un mondo migliore furono sicuramente disattese.

Ma torniamo a Vtorčermet e ai suoi blocchi di cemento.

Il poeta offre ai suoi lettori l’opportunità di sentire e vedere tutto da queste finestre scomode, grigie e spalancate delle case squallide di Sverdlovsk, con una forza così artisticamente perfetta simile a quella di Andrej Tarkovskij nel film “Stalker”, dove quello che può apparire terribile e brutto ad una visione superficiale in realtà il poeta lo definisce in altro modo, ovvero, per lui, “la bruttezza è la bellezza che non ha trovato posto nell’anima”. Vtorčermet appartiene, per Ryžij a quei luoghi fisici e immaginari riconducibili a una “zona” di tarkovskijana memoria che, al di là della sua bruttezza oggettiva, costituisce il luogo più autentico in cui è possibile riconoscersi come essere umani in un mondo dove tutte le regole sono state sovvertite.

Scrive in una poesia del 1998:

Il sole incombeva sulle fabbriche e le betulle diventarono nere. … Ho vissuto qui, approfittando delle libertà

per la morte, per l’autunno e per le lacrime.

Ma la poesia più celebrativa della sua città è sicuramente questa, di cui bisogna cogliere una sottile ironia:

Da Sverdlovsk con amore

Quando le parole di questo poeta transasiatico
avranno assunto smalto paneuropeo,
dimenticherò la mia favolosa Sverdlovsk

e il cortile della scuola tra i rottami di Vtorčermet.
Ma in qualsiasi aria debba rarefarsi il mio ultimo respiro,
che sia nell’afa di Parigi
o nel freddo di Londra,
vi chiedo di seppellire le mie povere ossa
in un anonimo cimitero
di Sverdlovsk.
Non in un disegno non privo di bellezza
e tuttavia in posa artificiale ed artistica
ma perché là giacciono i miei compagni
con i loro profili di marmo e rose.
Su campi di neve al vetriolo blu,
dopo aver lasciato la scuola superiore
sono caduti col rame nel cranio
come primi soldati della Perestrojka.
Si spieghino le sirene della fabbrica di rottami di Vtorčermet
e che a fondo fischino quelle dell’impianto di fibre sintetiche.
E che la donna che allora non era con me

apra l’album e fumi a pieni polmoni.
Aprirà questo album azzurro
in cui i nostri volti sono caldi di futuro
l’album azzurro in cui siamo vivi,
noi feccia della terra: banditi e poeti.

Non solo Sverdlovsk, ma anche gli Urali i monti che incombevano sopra la città sono avvolti da un alone mitologico.

Scriveva in una poesia del 1995:

Ural – Ho paura, paura negli Urali. Sui fili ci sono corvi tristi, come le note che non sono state suonate

su di esse marcia – nel cortile di fronte – un funerale?

Camminavano così silenziosamente, lavoravano e vivevano.

Oh, dolore – e non puoi evitare il dolore.

Febbraio, le stelle nel cielo, come estranei, arriverà la primavera e io andrò al mare.

Lascia che il vento mi soffi i capelli con quella fedele – unica – mano.

Onde di birra, sera dagli occhi marroni.

Non andartene, cara, resta con me non lasciarti andare – amico – tieniti le spalle – negli Urali sordi alla follia e alla maldicenza.

Oh Dio non mi hai dato la vita eterna dammi un cuore, descrivilo con amore.

 

Poeta, uomo, bambino

In un’intervista gli fu chiesto di parlare di sé:

Qual è stata la tua infanzia? Di dove sei? – Infanzia ordinaria, sovietica. Come pioniere, sono partito in cravatta rossa fino alla fine, volevano già accettarci nel Komsomol, ma qualcosa è cambiato. <…> Ho vissuto a Vtorčermet, ho studiato in una scuola normale. La scuola era assolutamente terribile. Ho studiato molto male e mia sorella ha scritto saggi di letteratura per me, lo ricordo di sicuro. Appena ho finito la scuola sono andato all’Istituto minerario, non potevo andare da nessun’altra parte. Mentre studiavo all’istituto, ha contribuito all’organizzazione di un’associazione letteraria. Esiste ancora. Per non andare nell’esercito, dopo l’istituto sono entrato in una scuola di specializzazione.

Di sé scrive anche in questa poesia del 1997:

La giovinezza mi ha promesso molto.

Avevo vent’anni. Questo è stato l’inizio.

Sono stato stupido e non è un segreto.

Questo – volevo essere un poeta, ma non molto,

perché non guadagnano i poeti per comprare i fiori a qualcuno.

Così sono diventato un ingegnere minerario,

ho ricevuto un diploma con lode.

Non cammino nelle piazze autunnali,

i versi non vengono registrati nel diario.

Né ascolto in ristoranti pieni di fumo violinisti blu,

contando i soldi in tasca, con enormi spalle inarcate.

Quindi un poeta non è uscito da me e non uscirà mai.

Signori, cosa ne dite? I signori bevono e piangono in silenzio.

Bevono e piangono, abbracciano le ragazze,

bevono ancora e tacciono ancora, la testa endeca-volte scuotendo , sillabano urli.

(“La gioventù mi ha promesso molto …”, 1997)

Per conoscere Boris Ryžij dobbiamo calarci nella sua realtà: questo vale un po’ per tutti i poeti ma ancora di più per il nostro autore che, incapace di vivere nella quotidianità, si era creata una realtà letteraria dove convivevano sia il poeta che l’uomo.

La Russia è un vecchio film in fondo.

Pensa e ripensa, è la stessa cosa:

i veterani stanno sullo sfondo,

giocano a domino sotto casa.

Quando brinderò e morirò

i lillà ondeggeranno al vento,

per sempre il bimbetto sparirà

che in cortile correva un tempo.

Rimetterà in tasca i confetti

dal ciglio canuto il veterano,

pensando: ma dove è finito?

Sono sparito in primo piano

Il tempo e lo spazio sono nemici di Boris perché egli non trova collocazione. Si rifugia nel passato consapevole però che non può essere vissuto ma solo evocato: Il presente sfugge di mano, il futuro è indecifrabile e coronato di morte.

Quanta musica c’era, di tutto c’era tanto,

al cinema il biglietto si trovava spesso.

La ragazzina perbene col teppista sul tram rosso

non andavano in nessun posto.

Ce n’è rimasta poca di musica oggi,

di passeggeri pure: i tram sono in rimessa.

Dal cinematografo usciamo nella pioggia,

facciamo i primi passi

lungo il viale della vita. Dell’estate,

e di felicità parlava il film, non di guai.

Platea, ultima fila, birra e sigarette.

In prima fila io non ci andrò mai.

Il poeta non può stare in prima fila perché non appartiene a quel mondo che appare agli occhi di tutti. L’uomo e anche il poeta stanno nelle retrovie perché il pensiero è sempre più lento dell’azione e come scrive in un’altra poesia:

Esco dal cinema e c’è già la neve,

un barbuto col badile la smuove,

il tramvai rosa fende l’aria lieve,

il dodici, no, il nove, il diciannove.

Il mondo intero è mutato all’istante,

ma io sono sempre io, che devo fare?

(…)

Il mondo senza più regole né punti di riferimento è cambiato troppo velocemente, dove può rifugiarsi il poeta? Nei cinema, nei tram, nei parchi culturali, in tutti quei luoghi che ancora mantengono le caratteristiche di un’epoca che non esiste più. Ma sono rifugi fittizi e di breve durata: c’è sempre un momento in cui occorre “uscire fuori” e la neve o il vento dell’autunno che sbatte le foglie sul volto del poeta come un turbine, fanno capire che il tempo è cambiato in modo definitivo.

Resta la possibilità di sparire dentro una poesia.

E sembrava perfino che non c’ero.

Probabile che mi fossi trasformato in zero.

Me n’ero andato a vivere in una mia poesia –

spento sulla cenere come una lingua di fuoco.

Il senso di estraneità a tratti pare una forma di sdoppiamento. Ciò che è fuori sembra agli occhi del poeta non reale, sotto l’effetto di un sortilegio che ha mutato i connotati della realtà magicamente come si legge in questa poesia bellissima dove la neve, come in altre poesie, svolge questa funzione magica:

Mi avvicino alla finestra come di nascosto,

come se fossi un altro, finto:

com’è caduta distratta, casuale

dal cielo, bianca e scricchiolante la neve

E ancora in questa poesia è sempre protagonista la neve che, osservata dalla finestra, di nuovo è il segno di un cambiamento e di un passato evocato che non può ritornare in alcun modo.

Nevosa e fragile sino al dolore

Questa mattina, il cuore sensibile

Si mette in guardia, coglie i suoni.

Una distesa bianca oltre la finestra –

Mi ci fiondavo da ragazzo

Dentro al mio cappotto indossato in fretta.

Con la mia sciarpa azzurra mangiata dalle tarme

Ho gonfiato palloncini colorati.

risuonavano slogan e discorsi…

Dove sono le vostre canzoni, le bandiere rosse

E voi, ubriachi, bellissimi,

che mi portate sulle spalle?

(“7 Novembre”)

E in questa poesia che introduce anche il tema della compassione che approfondiremo più avanti:

Adesso che la neve è caduta

dimmi se viviamo ancora

o se siamo sepolti?

No, non dire niente: in terra, in cielo o nella tomba

a cosa mi serviranno le parole?

Non ho ricevuto dal Signore né il mare rosato

né la forza di vendicarmi dei nemici

ma la facoltà di piangere sul dolore altrui

e di sorridere con gioia alla loro felicità.

Soli al mondo, bagnati fino alle ossa

alcuni soldati lanciano palle di neve.

Hanno lo stesso candore sotto le loro ali d’angelo.

Non sono colpevoli di niente, come i bambini.

Boris è consapevole del suo difficile rapporto con la realtà e se ne rammarica perché capisce di essersi perso i momenti di felicità:

Oh, per quanto ho vissuto – non mi sono accorto

né dei ramoscelli, né delle foglie, né degli steli.

Io, entrato in conflitto con me stesso,

di fronte a me ero piccolo e debole.

Un senso di colpa gravava sul suo petto soprattutto dopo che si era sposato con Irina e che aveva avuto un figlio. Capiva che non riusciva ad amarli come avrebbe voluto e così la stessa sensazione di mancanza di amore la provava con tutti gli altri essere umani con i quali entrava in profonda empatia nutrendo una sincera compassione.

In una delle ultime poesie che scrisse questo senso di colpa diventa il motivo della morte.

Indovina zingara, per un soldo di rame,

spiegami di che morrò.

Risponde la zingara, dice, tu morrai

quelli così non restano al mondo.

Tuo figlio diventerà un estraneo, estranea la tua donna,

ti volteranno le spalle gli amici-nemici.

Che cosa ti ucciderà, giovane? La colpa.

Ma tu la colpa custodisci.

Di fronte a chi la colpa? Di fronte a chi è vivo.

E ride, negli occhi mi fissa.

E dal bazar echeggia un motivo

della mala, il cielo si schiarisce.

L’eterna insoddisfazione e l’impossibilità di realizzare ciò che era chiamato a realizzarsi costituiscono la sostanza del disagio vissuto da Boris come se il poeta, per quanto avesse cercato di entrare nel mondo adulto, anticipando le tappe, fosse rimasto bambino, con una vita in fieri ma non realizzata.

Ciò che lo rende grande è il sentire questo dramma non solo come personale ma come collettivo, generazionale.

Boris Ryžij è il poeta delle antinomie. Solitudine e vicinanza, incapacità di vivere nel mondo reale e creazione di un mondo artificiale poetico con il quale avrà sempre maggiori difficoltà a mantenere le distanze sono il segno distintivo della sua poetica.

In lui ci fu una rara combinazione di coraggio e tenerezza, impetuosità e gentilezza, freddezza e sentimentalismo. Ma, a un certo punto, il suo mondo artificialmente chiuso iniziò a crollare dall’interno.

Cammino nel passato, vago come un archeologo.

Trovo un adesivo, un marchio, un frammento di vetro. …

Sei intatto, vivo, abbastanza reale, tutto pieno di quella musica piuttosto triste.

E le nuvole volano via, è presto sera, e la mia mano tende ad incontrarti.

Ma i cortili e gli edifici si dissolvono nell’oscurità.

E impallidisci nell’oscurità – la mia creazione, chi ho vissuto e chi vivo in un’epoca lontana.

Nella percezione di sé e nel comportamento, sono chiaramente visibili i tratti dell’infantilismo e della reale mancanza di difesa, così come si può leggere in una sua poesia scritta per Capodanno:

(…) e sotto l’albero vivrò. Mi stabilirò lì con una tranquilla fiaba a metà. … portate una briciola di pane e versare un ditale di vodka.

Boris cerca rifugio nella propria infanzia che sembra essere l’ultimo appiglio o forse una via di fuga da un mondo adulto per lui incomprensibile e crudele.

Dove si spezza la memoria, un vecchio film parte,

una vecchia musica suona una certa melodia…

Salire sul tram 10, scendere, passare sotto l’arco

staliniano: tutto com’era, era un secolo addietro.

Qui mi prendevano per mano, qui mi tiravano su in braccio

mi facevano vedere un film nel cinema teatro all’aperto.

L’arte mostrava gli stessi sentimenti,

lo stesso parco di divertimenti, un ragazzino in braccio.

È l’interminabile passato, illuminato fiocamente,

impedisce al futuro di prendere slancio.

La parola “passato” per lui non aveva solo una connotazione personale. Conosceva e apprezzava la poesia del passato. Oltre ai classici, apprezzava i poeti della Grande Guerra Patriottica (principalmente Boris Slutsky) e i poeti degli anni Trenta (più di altri, Vladimir Lugovskoy).

Dal passato, poi, ha seguito un secondo filone, che si richiama a grandi maestri come Nekrasov, intendo il filone della poesia della misericordia, della compassione, quando la sofferenza di un altro preoccupa il poeta più della sua.

Suo padre raccontava che, a proposito della miseria in cui versava gran parte della Russia negli anni ’90, Boris disse:

È terrificante vedere un uomo con il volto di Gesù Cristo che fruga in un bidone della spazzatura in cerca di cibo.

L’idea che il poeta soffra perché in un qualche si fa carico della sofferenza di un mondo, l’idea di sacrificio ed espiazione che ne consegue è un concetto radicato nella poesia russa come ad esempio in Mandel’štam. Lo stesso concetto lo ritroviamo espresso nell’idea di cinema di uno dei più grandi cineasti mondiali Andrej Tarkovskij, figlio del poeta Arsenij, uno dei più importanti poeti del Novecento. Ma rispetto al cineasta, a Boris mancava non tanto la spiritualità quanto la fede, come lo stesso denuncia in questa poesia:

Dettami poesie d’amore per torcere un po’ la mia anima,

il mio cuore è freddo, malvagio, può esplodere con una battuta inaspettata.

Dimmi parole semplici per farmi girare la testa.

In un parco umido con teste grigie, sorridendo, faccio trasalire i ragazzi.

Sono sorpresi: quanti anni hai?

Tu, fratello, sei un poeta per natura.

Ti è successo tutto e non c’è prezzo per la tua storia.

Sorrido dopo aver bevuto un bicchiere per buona fortuna, e lo nascondo in tasca,

Stringo le mani che lavorano, fluttuando via, ondeggiando nella nebbia.

Punto tutte le “e”.

Mi diverto all’inferno per le bugie ma c’è un posto in paradiso – per la fede nella mia chiamata. (“Dettami poesie sull’amore …”, 1999)

La poesia è un rifugio accogliente, ma per certi aspetti, la musica le è superiore perché è il massimo simbolo di libertà e può rinunciare anche alle parole.

È passata la sbronza, ma il mondo non è cambiato.

È iniziata la musica, sono finite le parole.

Un motivo con un altro si amalgama

(strofa davvero ambiziosa).

Ma forse le parole non servono affatto

per dei tali – che tali? – cretini…

Sotto nuvole blu e azzurre

Mi alzo in piedi e allargo stupidamente le braccia

Ricolmo di musica.

Il verso deve essere asciutto, essenziale non obbligatoriamente deve rispettare una rima ma una musica e un ritmo interiore.

La parola è sempre comunque un compromesso mai la verità. Il silenzio e le pause, come nella musica, spesso sono più cariche di significato.

Che cosa tacciono le pietre grigie?

Perché è sorda al silenzio

La terra? La loro pesantezza mi è così familiare.

E per quanto riguarda il verso –

Nel verso la cosa più importante è il silenzio, –

Se le rime sono giuste, non sono giuste.

Cos’è la parola? Solo l’attesa

Di una quiete eloquente.

Il verso si differenzia dalla prosa

Non solo perché è piccolo e solo.

Io, la mattina presto, dalla pietra

Asciugo le lacrime con una mano calda.

Nell’ultimo anno di vita, Boris scrisse molte poesie dedicate alla moglie. I loro rapporti si erano deteriorati ma l’affetto era rimasto immutato, eterno, come si può leggere in questa poesia che ha in sé qualcosa di fiabesco, immagini di cieli e nuvole in viaggio che ricordano l’arte di Marc Chagall e gli amanti che si librano in alto:

Sopra case, case e case

Stanno sospese nuvole blu –

E lì resteranno con noi

Nei secoli, nei secoli, nei secoli.

Solo vapore, solo bianco nel blu

Sopra mucchi di lapidi…

Non scompariremo mai, da nessuna parte

Siamo più resistenti e più morbidi del granito.

Che si frantumino pure i nostri gusci,

geometria della vita terrena –

senti, baciami sulle labbra,

dammi la mano, stai con me.

E quando ci lasceremo

Abbandonati sulle tue ali

Solo vapore, solo bianco nell’azzurro

Blu e bianco nell’azzurro

Ryžij era consapevole che stava per accadere qualcosa di importante nella sua vita: l’immagine della morte lo perseguitava, la sentiva come inevitabile. E questo non lo si capisce solo dalla lettura degli ultimi componimenti ma anche dalle poesie degli anni precedenti se pensiamo che una delle prime poesie si intitola Testamento ed è stata scritta nel 1993.

Per concludere questo intervento, ho dunque scelto due componimenti come chiusa finale che hanno il sapore di un congedo. Il poeta esce di scena ma non prima di aver lasciato un’eredità estremamente preziosa.

Ricorderemo quel che ricordiamo e il dimenticato,

tutto quel che il dio bambino ci ha dato in regalo.

La cittadina dove abbiamo amato,

la cittadina persa tra le nuvole.

E se potessimo riavvolgere la bobina

indietro, tu vedresti

coprirsi di polvere sulla mia tomba

i fiori gialli morti.

Lì sono morto, ma chi è vivo sente il chiasso

degli uccelli, e l’alba prende fuoco

sui cespugli dei ciliegi selvatici rossi.

Vano è tutto quel che è stato dopo.

………………………………………………………………………

Ringrazio per tutto. Per il silenzio.
Per il brillare di una stella che litiga con l’oscurità.
Ringrazio per mio figlio, per mia moglie.
Per la musica dei ladri dietro la parete.
Ringrazio perché, per essere un ospite sgradito,
sono ancora piuttosto tollerabile –
e per il cappotto in corridoio mi hanno inchiodato
e hanno issato il mondo intero sulle mie spalle.
Ringrazio per le filastrocche dei bambini.
Non per l’attenzione, al contrario, per la pazienza.
Per l’autunno. L’infelicità. I peccati.
Per questo rimpianto ultraterreno.
Per Dio, e per i suoi angeli.
Per ciò a cui il cuore crede, e la mente conosce.
Ringrazio, perché non esiste
nulla di simile al mondo
Per tutto, per tutto. Per il fatto che non posso,
ricordando il dolore di qualcuno, vivere felice.
Sto davanti alla vita, addolorato, in debito,
e solo la morte è generosa e silenziosa.
Per tutto, per tutto. Per quest’alba offuscata.
Per il pane. Per il sale. Il calore del sangue natio.
Perché io vi ringrazio tutti,
e perché voi non sentirete nemmeno una parola.

E invece noi le sua parola l’abbiamo sentita e la ricorderemo come solo la poesia sa fare scendendo a patti con l’eternità.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Cartacea

Boris Ryžij, …E così via…, a cura di L. Salmon, Il ponte del sale ed., Rovigo, 2018

Poeti russi oggi, a cura di A. Alleva, Scheiwiller ed., Milano, 2008

Boris Ryžij, La neige couvrira tout, Cheyne ed., Dessevet, 2020

Web

Articoli in italiano e inglese:

https://www.zestletteraturasostenibile.com/e-cosi-via-boris-ryzij-omaggio-a-un-grande-poeta-russo-contemporaneo/

https://samgha.wordpress.com/2010/07/05/touching-from-a-distance-ian-curtis-e-boris-ryzhy/

https://antoniobux.wordpress.com/2017/02/27/boris-ryzhy-9-poesie/

https://www.thewisemagazine.it/2019/11/09/cammino-eterno-dolore-tragedia-boris-ryzhy/

http://edizionidelgattaccio.it/tag/boris-ryzhy/

https://culturificio.org/boris-ryzhy/http://fascinointellettuali.larionews.com/boris-ryzhy-poeta-dettava-versi-damore/

https://ilmestieredileggereblog.com/2018/03/20/boris-ryzhy-vi-ho-amati-tutti-e-sul-serio/

https://it.rbth.com/rubriche/2013/05/06/dettami_versi_damore_23707

https://it.rbth.com/rubriche/russia_in_versi/2015/09/08/il-poeta-che-ha-amato-tutti_395489

https://antonioblunda.wordpress.com/2012/11/06/poesia-russa-contemporanea-boris-ryzyi-1974-2001/

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/tag/boris-ryzhy/

https://poesiainrete.com/tag/ryzhy-boris/

https://www.pushkinhouse.org/blog/2020/3/24/boris-ryzhy-marta-biino

http://www.controappuntoblog.org/2013/01/19/boris-ryzhy-poet/

https://borisryzhy.com/

https://it.rbth.com/rubriche/2013/05/06/dettami_versi_damore_23707

https://www.frammentirivista.it/boris-ryzhy-poeta-dettava-versi-damore/

https://it.rbth.com/storia/83988-perch%C3%A9-gli-anni-novanta

https://www.studenti.it/storia-unione-sovietica-breznev-gorbacev.html

http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/se-sei-cosi-furbo-perche-sei-cosi-povero-la-russia-degli-anni-90-rivisitata/

http://www.storico.org/europa_verso_comunita/vita_unionesovietica.html

http://bookblog.salonelibro.it/la-russia-degli-anni-90-il-grande-saccheggio/

Articoli in russo:

https://www.syl.ru/article/289098/new_poet-boris-ryijiy-stihi-biografiya-lichnaya-jizn-prichina-smerti

http://flibusta.site/b/429477/read

https://takiedela.ru/2019/09/zhizn-poeta-rizhego/

Filmati e registrazioni:

https://youtu.be/7pGalB7Dk6c

2021 – Ancora un anno senza incontri letterari in presenza?

È cominciato così questo secondo anno di pandemia, senza presentazioni, senza pubblico che si siede in libreria o in biblioteca per ascoltare letture, presentazioni, reading collettivi.

Comincia a mancare quell’atmosfera così particolare dove le persone puoi guardarle negli occhi e ascoltarle quando commentano e aggiungono considerazioni interessanti al tuo intervento.

E tuttavia un modo di suscitare l’interesse doveva pur esserci per continuare a esistere.

La tecnologia, ben felice di essere protagonista, si è presentata all’appuntamento occupando uno spazio virtuale, certo diverso da quello reale, ma non per questo meno importante.

Riluttante all’inizio, mi sono lasciata coinvolgere – perché non si può essere sempre contro le novità a prescindere – e così ho trascorso l’inverno e parte della primavera a raccontare storie, a leggere poesie e discutere di poeti sconosciuti davanti a una piccolissima camera, un puntino trasparente di cui talvolta mi dimenticavo l’esistenza.

Ci sono stati reading a più voci, occasioni per presentare l’ultima silloge collettiva di cui ho curato l’edizione, momenti bellissimi in cui ho avuto lo spazio per presentare gli autori che più amo come è stato nel caso del poeta russo Boris B. Ryžij.

Di tutto questo, segnalo i link in cui è possibile ascoltare gli interventi integralmente, in attesa che la situazione evolva e si possa tornare anche a presentare in pubblico.

https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie/permalink/3886925951401010/?comment_id=3889713454455593&notif_id=1618074040789092&ref=notif&notif_t=group_comment_follow

Reading collettivo sul gruppo fb di “Segnalazioni letterarie” del 10 aprile

 

https://www.facebook.com/groups/263255641367606/permalink/488943988798769/

Diretta su Ryzij sul gruppo fb di “Condividendo poesia” del 9 aprile

 

https://youtu.be/uhkiClwygeo

Intervista 5 minuti con… sul canale youtube di Ctl editore del 5 aprile

 

https://www.facebook.com/groups/263255641367606/permalink/481412532885248/

Presento l’autore con Chiara Rantini e Claudia Muscolino” sul gruppo fb di “Condividendo poesia” del 26 marzo

 

https://www.facebook.com/1382617413/videos/10219364317283643/

Diretta letteraria con Chiara Rantini e Barbara Gabriella Renzi sul gruppo di “Segnalazioni Letterarie” del 28 gennaio

 

 

Chiara Rantini e Claudia Muscolino si presentano
Chiara Rantini e Barbara Gabriella Renzi si presentano
La locanda poetica: Boris Borisovič Ryžij
Reading poetico a 5 voci su “Segnalazioni letterarie”
5 minuti con…CTL editore presenta “Sulla soglia della lontananza”

Erboristeria delle lettere. Lacrime e poesia. Tre poesie di T. Tasso, A. Blok, J. Orten

Nel marzo del 2021, ho iniziato una collaborazione con alcune riviste e testate giornalistiche italiane nell’ambito del più ampio progetto, condiviso con alcuni amici scrittori, dell’Erboristeria delle lettere.

Qui trovate i link dove poter leggere il mio primo articolo in cui la tristezza viene vista con gli occhi della poesia e del linguaggio dei fiori.

https://www.corrierepl.it/2021/03/16/lacrime-e-poesia-tre-liriche-di-t-tasso-j-orten-e-a-blok/

https://www.corrierenazionale.net/2021/03/16/lacrime-e-poesia-tre-liriche-di-t-tasso-j-orten-e-a-blok/

 

 

INCONTRI “DONNE 2021”. Letture poetiche alla biblioteca Buonarroti

Bellissima serata di letture poetiche in biblioteca, il 17 marzo 2021.

Letture da “Un paradiso per Icaro” e  da “Sulla soglia della lontananza“.

Felice di essere stata ospitata per questo evento, tenutosi on line, che si inserisce in una più ampia rassegna di poesia e arte presso la Biblioteca Buonarroti di Firenze dal titolo Marzo Donna.

 

Intervista su Pienneradio

 

Qui è possibile ascoltare l’intervista che mi è stata fatta da VENTO D’EMOZIONI per PIENNERADIO.

Presento la mia silloge Un paradiso per Icaro e discuto di vari temi legati alla poesia e al mondo contemporaneo.

Grazie a Mattia Cattaneo per le interessanti domande.

 

 

http://radio.garden/listen/pienneradio-fm-89-7/LvB4-9F9

Intervista su Teatrionline : Icaro della scrittura

È stata pubblicata recentemente, a cura di Emanuele Martinuzzi, una mia intervista sul portale nazionale dell’informazione teatrale Teatrionline. Condivido qui il link. Vari gli argomenti trattati: dalla poesia, al teatro, all’arte figurativa.

Chiara Rantini, Icaro della scrittura

La stanza della poesia: Emanuele Martinuzzi

Emanuele Martinuzzi

 

Non assomigli a nessuna

Non assomigli a nessuna parola,

sei dettata in caratteri che amano

tacere, corretta dall’assurdo

nella grafia amara dei miei notturni.

Qualcosa di te si è intinto e dissolto

in ciò che ho di più fragile e antico.

Pensavo il tuo amore precedesse

ogni meraviglia o fosse un poema,

di là da venire, un’infanzia eterna,

ed invece è lo stesso inchiostro che mi scrive.

 

Da l’oltre quotidiano – liriche d’amore di Emanuele Martinuzzi, Carmignani editrice

 

Questo mare

Questo mare non tace, nonostante le sue frasi di scogli sepolti,

né si denuda, nell’andirivieni continuo di lembi fuggiti all’abisso.

Questo mare, tramortito e schivo di pace, sgranchisce le sue rovine

nell’oro di un cielo che, diroccandosi, costringe onde in cicatrici.

 

Non sembra che un cimitero infedele alle sue fatue maree, questo

battesimo di corpi in fuga, rapito da amanti in adorazione di sé.

 

Forse è proprio là, dove la nausea del ricordo s’infrange nella scia

dei miei pallidi sorrisi, che la solitudine scroscia, si serra smarrita.

Da di grazia cronica – elegie sul tempo di Emanuele Martinuzzi, Carmignani editrice

E in cammino

E in cammino

i versi si fecero

orme di pace.

 

Da Spiragli di Emanuele Martinuzzi, Ensemble edizioni

 

Queste colline

Queste colline

che ignorano l’imbrunire

per addormentarsi stella

l’una nell’altra.

Da storie incompiute di Emanuele Martinuzzi, Porto seguro editore

 

Noi due

Noi due perseguitati dalla salvezza

Di fine in fine da inizio a inizio

Difforme l’alba che si ribella a sé stessa

E non si lascia pronunciare che dal tramonto

Con il truce ossimoro della meraviglia

Abbarbicandosi come gabbiani al vento

E lucidi amanti nel gelo della beltà

Siamo abusi sottratti alle ore chiare

E incerte che lastricano i crocevia

Nessun precipizio che s’intreccia con l’animo

Così ondeggiante nell’effimero cadere

Tra avventure di cenere e fedi vive

L’incontro significava la fuga dal tutto

Prima che diafani strumenti ci scandissero

Poesia inedita di Emanuele Martinuzzi

 

 

Emanuele Martinuzzi, classe 1981, Pratese. Si laurea a Firenze in Filosofia. Alcune delle precedenti pubblicazioni poetiche: “L’oltre quotidiano – liriche d’amore” (Carmignani editrice, 2015) “Di grazia cronica – elegie sul tempo (Carmignani editrice, 2016) “Spiragli” (Ensemble, 2018) “Storie incompiute” (Porto Seguro editore, 2019). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ha partecipato al progetto “Parole di pietra” che vede scolpita su pietra serena una sua poesia e affissa in mostra permanente nel territorio della Sambuca Pistoiese assieme a quelle di numerosi artisti.

La stanza della poesia: Massimo De Micco

Massimo De Micco

 

Ugualmente scompare

Un cervo mi attraversa la strada.

No, sbagliato: secondo il noto adagio

il cervo è il bosco, la strada lo attraversa.

Non lo ferisce perché freno in tempo.

Ugualmente scompare.

Il bosco è muto di spavento,

come io credo che nel primo tempo

lo spavento abbia tolto la parola a loro

e l’abbia data a noi.

 

Malva

Oggi era il compleanno

di chi ho aperto come una tenda

indeciso sul da farsi,

se fidarsi.

Nell’attesa è cresciuta la malva,

si è riaperto mille volte il fiore

che colora la sua città

a cui torno spaesato.

E vorrei dormire in tenda

tra le malve, per farmi ridire

quel verso di Bevilacqua

che ha qualcosa a che fare.

 

MASSIMO DE MICCO

Massimo de Micco nasceva a Firenze il 1972. Con una laurea in psicologia e tante esperienze nella formazione professionale , vive come lo scorpione di Trilussa.

Disegna dipinge e illustra cose sue e di altri.

Qualche saggio è apparso sulle riviste Kykeion e Tlon. Sul suo blog pubblica le avventure di un personaggio immaginario, raccolte in due volumi, “C’era tre volte Marcovaldo” (Fuoribinario) e C’era tre volte Marcovaldo (Ensemble). Ha pubblicato poesie nell’antologia Affluenti, nuova poesia fiorentina. Racconti e filastrocche intorno al mondo della scuola si possono leggere sul blog “‘C’era una volta la DAD”.